"Work starts tomorrow"


Così dicono Ban Ki-moon, Bill McKibben et al. dopo l’accordo di Parigi, compresi – penso – gli abitanti delle megalopoli più inquinate del mondo le cui proteste stanno preoccupando perfino gli autocrati cinesi.  Non solo i loro governanti hanno promesso di dare un taglio alle emissioni climalteranti, ma anche di misurare e far controllare i risultati con gli stessi criteri applicati nei paesi ricchi. Modalità da concordare entro il 2018, verifiche entro il 2020.

Prima della conclusione della COP 21, Jim Hansen parlava della bozza di accordo come di una “frode”, secondo me doveva darsi una calmata, ricordare il protocollo di Kyoto e le procrastinazioni delle COP di Copenaghen, Lima, Varsavia e Doha, quando il suo governo metteva i bastoni tra le ruote.

I climatologi sono insoddisfatti dall’accordo, ma trovano che sia un primo passo nella direzione giusta, e con un po’ di spinta da basso magari una vera svolta verso uno sviluppo sostenibile, stando a quello che dicono a Seth Borenstein sull’Huffington Post e a Justin Hillis, sul New York Times.

Si tratta di un accordo storico per Jeff Tollefson di Nature; idem per l’Economist, il Guardian, l’Independent, Libération che ospita anche un dibattito fra un deputato verde e un economista di Attac.

Bella analisi, trovo, di Robert Stavins, un economista di Harvard che segue le COP dall’inizio. Tra l’altro ricorda l’appendice sui gas refrigeranti aggiunta poche settimane fa al protocollo di Montréal. Da sola non basterà a contenere il risc. globale entro 1,5°C, ma potrebbe frenarlo di 0,5-0,6 °C per un po’.

In occasione della COP21 Nature ha messo in open access editoriali, rassegne, “policy papers” e articoli in tema, usciti sulle riviste del gruppo (mi sa che l’ho segnalato in radio, ma non qui…)

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Regionali francesi, il Front National è battuto in 13 regioni su 13. Municipali in Arabia Saudita, “at least” 17 donne elette.

4 commenti

  1. Credo che le conclusioni di Stavins, l’ultimo paragrafo, siano condivisibili. Il successo di Parigi consiste nell’aver interrotto 20 anni inconclusivi, di aver creato il quadro generale in cui muoversi e nell’aver definito l’obiettivo delle zero emissioni nette. Ovviamente non è la soluzione del problema e chi sperava di trovarla nell’accordo è rimasto deluso (compresa la “tua” Action Aid, ocasapiens).
    Ho notato che nelle discussioni pre e post accordo, la linea di separazione fra ottimisti e pessimisti si è spostata dal risultato della COP alla capacità che avremo di perseguire gli obiettivi che ci siamo posti. E’ un buo segno, vuol dire che la direzione è stata (finalmente!) tracciata e ora bisogna “solo” seguirla; è qui che si rischia ancora di fallire. Il lavoro non è quindi finito ma appena iniziato e visti i decenni persi dovremo lavorare sodo e in fretta.

  2. Purtroppo non conosco il francese e non posso leggere i commenti dei cugini d’oltralpe. In Italia si parla di sussulto democratico, di cordone sanitario e cose simili che, uniti al dato sull’affluenza alle urne, dipingono un quadro positivo della reazione della maggioranza dei francesi ai risultati del primo turno.
    Non conosco bene le differenze regionali in Francia ma, per quel poco che mi è sembrato di notare, i meno francesi dei francesi (corsi e bretoni) sono quelli che hanno ceduto meno alle lusinghe del FN. Questo è un brutto segno, vorrebbe dire che il FN colpsce al cuore della Francia.
    Azzardo un’analisi geopolitica. La Francia è stata forse la nazione più europeista d’Europa. La politica deve dare una visione sul futuro ampia, chiara e ragionevolmente vincente nella quale inserire le politiche locali. In un momento in cui l’idea di Europa vacilla credo sia fisiologica una tendenza alla (ri-)affermazione dell’identità nazionale e al ripiegamento su se stessi, atteggiamento per il quale i francesi sono forse particolarmente ben disposti.
    Se questo è vero, il problema è comune a tutti e ne possiamo uscire solo con uno scatto in avanti. I vari populismi che affliggono più o meno tutti gli stati europei, sia pur coniugati ognuno a modo proprio, li possiamo superare solo rifondando l’idea europea.

    1. Riccardo,
      be’ la differenza è che i corsi hanno votato per un partito corso, e i bretoni per il PS. I commenti mi sembrano sollevati e depressi insieme. Non è la prima volta che ci “turiamo il naso” per bloccare il FN ed eleggere politici che poi se lo dimenticano o ne adottano certe idee, come Sarkozy.
      Penso anch’io che si deve rifondare l’idea europea ma chi cerca di farlo a parte Angela Merkel? Vedo dappertutto la stessa propaganda contro “i burocrati di Bruxelles” come se non fossero i ministri dei vari paesi a dire loro cosa devono fare…
      E’ vero, Action Aid e quasi tutte le Ong che conosco sono deluse. E’ come per gli scopi dello sviluppo sostenibile, alle vittime di quello insostenibile solo promesse per il futuro e neanche le briciole dei 100 miliardi/anno che già sono peanuts.
      In realtà pessimisti e ottimisti mi sembrano tutti d’accordo con Stavins, adesso bisogna lavorare e tanto.

  3. ocasapiens
    vista la valenza anche morale del problema è importante che le organizzazioni umanitarie facciano pressioni nei prossimi anni per “riempire” di contenuti l’accordo. L’accordo ormai è quello ed essere disfattisti non serve a nessuno.

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