"La macchina della disinformazione"

Su Science di oggi, Nir Grinberg et al. coordinati da David Lazer, pubblicano i risultati dell’ennesima ricerca sull’origine e la diffusione di fake news su Twitter durante la campagna per le presidenziali statunitensi nel 2016. Di particolare ha: la scelta dell’open access su un tema di interesse collettivo; la coincidenza con scoperte recenti dell’inchiesta Russiagate e con l’arresto di Roger Stone delegato da Trump a disinformare su Hillary Clinton; la definizione di “fake news” in una democrazia ecc.

Ed è scritta bene già dall’incipit storico:

In 1925, Harper’s Magazine published an article titled “Fake news and the public,” decrying the ways in which emerging technologies had made it increasingly difficult to separate rumor from fact.

E’ così da quando esiste il passaparola, ovviamente, ma nel 1925 era presidente Calvin Coolidge che aveva ereditato un’amministrazione più sfacciatamente corrotta del solito, i quotidiani si moltiplicavano grazie alle nuove rotative e aumentavano la tiratura grazie a scandali in cui erano implicati politici, milionari, gangster e pupe. Secondo gli storici, Coolidge è stato un presidente mediocre, ma onesto e non una fonte quotidiana di fake news.

I risultati confermano ricerche fatte con metodi diversi. L’1% dei twittanti rappresenta l’80% dei destinatari di fake news, e lo 0,1% la fonte dell’80% delle fake news.

Individuals most likely to engage with fake news sources were conservative leaning, older, and highly engaged with political news. A cluster of fake news sources shared overlapping audiences on the extreme right, but for people across the political spectrum, most political news exposure still came from mainstream media outlets.

Il pubblico di Fox News, insomma, per statuto un canale di intrattenimento e non di informazione, che fa parte dei cinque media mainstream più seguiti. Adesso è diventato un organo di propaganda, ma nella campagna elettorale molti repubblicani erano ancora contro Trump e diffondeva meno fake news. Si vede bene nella figura 5:

Consumers of content from fake news sources were often exposed to multiple fake news sources. Of the 7484 nonoutlier panel members exposed to at least two fake news URLs, 95.6% of them saw URLs from at least two fake news sources, and 56.4% encountered URLs from at least five. In summary, fake news sources seem to have been a niche interest.

Il New York Times e il Washington Post continuano a essere le fonti di informazioni prevalenti, perché vengono riprese di più dagli altri media e siti on line.*
Fra i rimedi proposti da Lazer et al., c’è il fact checking ma, come FaceBook, Twitter è una piattaforma, non un editore. Il problema semmai è che i tweet di Trump sono la fonte più seguita di fake news. Dovrebbe smentirle il direttore della comunicazione della Casa Bianca, assunto da Trump per confermarle e licenziato quando non lo fa.
La notizia confortante è che le fonti di fake news sembrano un “interesse di nicchia”. Forse sbaglio, ma spero che sia vero anche qui.ù

Il paper di Lazer et al. è commentato da Derek Ruts in “The misinformation machine“, purtroppo non in open access. Lo confronta con uno uscito in marzo, “The spread of true and false news online”:

whereas Grinberg et al. found that online misinformation operates within highly concentrated, small online populations, recent work by Vosoughi et al. was widely touted as evidence for fast-spreading and persuasive misinformation online. How can these both be true? To untangle them, we have to begin with how each defines misinformation.

Fatto questo, spiega il processo di produzione

The process of producing misinformation involves five key elements: publishers, authors, articles, audience, and rumors. Publishers run distribution platforms, which have codes of conduct, style guides, and journalistic guidelines.

e di consumazione

Of course, the audience can circulate their impressions, interpretations, or reactions to information among themselves. 

Questa è la seconda fonte di disinformazione, scrive, le “voci” sulle quali mancano le ricerche mentre è necessario capire

 how fakenews stories transform into rumors and to what extent these rumors can amplify beliefs and infiltrate other communities.

Il meccanismo di diffusione potrebbe spiegare perché i conservatori consumano e condividono fake news più dei “liberal”.

More likely, though, is that liberals embed misinformation in different ways and spread it through means that we, as of now, do not have reliable ways of measuring. 

Forse ha ragione, ma i conservatori propagano anche per le fake news sul clima, l’inquinamento, le tasse o l’evoluzione. “Basta con gli esperti” è uno slogan populista e il populismo piace ai conservatori (nel senso di reazionari) perché mira a ribaltare i cambiamenti invece di parteciparci, IMHO.

*Da anni si dice che i media on-line distruggeranno quelli tradizionali sulla scia di FaceBook e un giorno Twitter. Ieri invece, in USA cinque testate d’informazione nate on-line e gratuite per i lettori hanno annunciato il licenziamento di centinaia di “reporters” per evitare la bancarotta. Il NYT e il WaPo che concedono pochi articoli gratuiti/mese e hanno abbonamenti flessibili, continuano ad assumere personale. L’anno scorso hanno dichiarato profitti record.

Sembra un effetto Trump come quello della corruzione ai tempi di Coolidge, concentrato su un duopolio. In USA però delle fondazioni finanziano il giornalismo indipendente,e anche Propublica assume.

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Martedì è uscito il primo Rapporto dell’Osservatorio Strategie Vaccinali. Si basa su un questionario mandato all’ottantina di direttori dei Dipartimenti di prevenzione, e su dati molto preliminari, tanto più che solo in Toscana, Puglia e Calabria rispondono a tutte le domande. Dalla sintesi:

  • Friuli Venezia Giulia, Marche, Puglia e Sicilia risultano regioni particolarmente virtuose in merito all’offerta [gratuita delle vaccinazioni previste dal piano nazionale], in quanto oltre a quella inserita fra i Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) l’offerta è stata ampliata con altre vaccinazioni (ad es. encefalite da zecca, epatite A, ecc.) in relazione a specifiche esigenze locali.

Calendario a parte, dalle tabelle in fondo al rapporto sembra che ogni Regione faccia di testa sua. E senza alcun coordinamento:

meritano di essere esaminati alcuni quesiti per i quali gli intervistati, pur provenendo dalla stessa Regione, hanno fornito risposte anche molto diverse fra loro. […] Questo rilievo può essere interpretato come un segnale che evidenzia la profonda complessità dei molteplici aspetti organizzativi del sistema vaccinale: una complessità tale da disorientare gli stessi attori di sistema…

Chissà gli utenti.

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Anche sul determinismo genetico – e parecchio razzista – dell’intelligenza e del successo negli studi e negli affari, c’è parecchia disinformazione. Per chiarirsi le idee, raccomando di nuovo il saggio di Scott Barry Kaufman per “Beautiful Minds”, un blog di Scientific American. Lo spunto è l’ultimo libro di Robert Plomin, Blueprint: How DNA makes us who we are. Sintesi: no, it doesn’t.
Nel sottotitolo, Kaufman scrive che Plomin conduce una battaglia perdente. Fra i genetisti senz’altro, ma

What’s frustrating is that there seems to be two different Plomins: (a) the careful, responsible scientist who did groundbreaking research in the field and provides the appropriate caveats, and (b) a publicly unleashed version of Plomin that says outrageous things that aren’t even supported by his own research.

grassetto mio. La versione oltraggiosa ha successo tra i razzisti.