Simon Lewis et al. desolati

Ne parlo ogni tanto perché fa parte di quelli che leggo sempre volentieri. Ieri segnalavo solo la notizia che dava su Nature insieme a un centinaio di colleghi. E’ richiamata in copertina con il titolone “Punto di saturazione”, nell’editoriale “Avvertimento dai tropici: le foreste pluviali perdono la capacità di aiutare l’umanità” e nel commento di Anja Rammig.

Riassunto punt. prec.
Tra il 1990 e il 2007, le foreste tropicali indisturbate avevano assorbito circa il 17% delle nostre emissioni di CO2 (Simon Lewis in mezzo a molti altri, Science 2011). Erano “un pozzo di carbonio immenso e persistente” –  finché non arrivavano le motoseghe.
I fautori di maggiori emissioni di gas serra hanno in parte ragione quando dicono che “la CO2 è il cibo per le piante”, ma le immagini satellitarie avevano già mostrato che il rinverdimento globale era culminato vent’anni fa. Il pianeta ingiallisce a causa di un effetto collaterale della maggior concentrazione di CO2 in atmosfera: diminuisce la pressione del vapore acqueo, e se manca l’acqua addio fotosintesi.

Ma Simon Lewis sperava che quelle del Congo, dov’è più difficile far arrivare le motoseghe, e dell’Africa occidentale continuassero a sequestrare CO2. Come in Amazzonia, con i colleghi aveva delimitato trent’anni fa appezzamenti campione e tornava regolarmente, o quasi, ad auscultarne gli alberi e analizzarne l’aria sovrastante. Quando Daniel Grossman lo aveva raggiunto “sul campo”, l’aveva trovato un po’ depresso: certi pazienti non stavano mica tanto bene.

Tre settimane fa, Luciana Gatti e Carlos Nobre anticipavano alla stampa le conclusioni di un paper che rischia di venir censurato dal governo brasiliano. Per dieci anni ogni 2 settimane, aerei hanno misurato la concentrazione di CO2 sopra il bacino. Risultato: il 20% della foresta amazzonica emetteva più CO2 di quanta ne catturava. Per Simon Lewis non era una sorpresa, comunque era preoccupato. Con gli incendi ricorrenti e gli abbattimenti autorizzati da Bolsonaro, rischiava di innescarsi una trasformazione in savana.
Conosceva già i risultati usciti su Nature;

Qui, valutiamo la tendenza usando 244 foreste africane strutturalmente intatte in 11 paesi e la paragoniamo a quella dei 321 campioni amazzonici… Il pozzo di carbonio nella biomassa viva delle foreste tropicali africane è rimasto stabile per tre decenni fino al 2015, a 0,66 tonnellate di carbonio per ettaro all’anno rispetto a un declino a lungo termine delle foreste amazzoniche.

Allora di che si lamenta?

  • i nostri appezzamenti [africani] monitorati più intensivamente suggeriscono un aumento delle perdite di carbonio dopo il 2010. 

Come in Amazzonia, ma con 20 anni di ritardo, la situazione peggiora dove i dati sono più robusti. La CO2 fa da “fertilizzante” quanto prima, ma il caldo e la siccità uccidono gli alberi a cominciare da quelli giovani che ne sequestrano tanta durante la crescita. Accade la stessa cosa fuori dai Tropici, ma era già previsto.
Se non avete voglia di leggere il paper, Lewis ne spiega le parti desolanti e perché l’Amazzonia è più fragile da Carbon Brief.
Nei modelli climatici, quei pozzi non si saturano così presto. Continuano a riempirsi e contribuiscono a tenere il riscaldamento entro 2 °C a fine secolo. Con questi nuovi dati, ciao…

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Sono usciti i dati di Copernicus. Il mese scorso è stato il secondo più caldo mai registrato, in Europa l’inverno – dic.-febbraio per i meteorologi – è stato il più caldo, superando “di quasi 1,4°C quello del 2015-2016”.

2 commenti

    1. Accid… ma forse i cacciatori non ce la faranno, orecchietto. Sono stati eletti molti Verdi al parlamento europeo, difenderanno l’ambiente, chi ci vive e la convenzione di Ramsar. E’ simbolica perché è stata la prima vittoria per l’ambiente globale.

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