T – AMO

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Giovedì = Nature, con un bel necrologio di Sherry Rowland – in tema perché ci sono un sacco di cose su chimica dell’atmosfera e clima.

Il paper di Ben B. B. Booth, Nicolas Bellouin ecc.  dello Hadley Centre (1) era uscito on line una settimana fa – qui un commento – offuscato da quelli su CO2 e deglaciazioni. E’ più attuale perché riguarda l’Oscillazione multidecennale atlantica (AMO) negli ultimi 150 anni – prima i margini di incertezza sono enormi – con fasi fredde e calde meno cicliche di quanto sembri.

In un nuovo modello della casa (HadGEM2-ES), gli autori hanno aggiunto simulazioni dei vari tipi di aerosol, compresi gli effetti chimici e meccanici (nucleazione -> nubi ecc.).

La meccanica è ancora incerta e per le tempeste di sabbie e polveri nel Sahel per esempio, il modello simula bene male le variazioni della temperatura oceanica ai Tropici, e male bene quelle nel nord-Atlantico (grazie, Riccardo). Invece viene bene la correlazione tra raffreddamenti dell’AMO da eruzioni vulcaniche e da emissioni di inquinanti fino all’entrata in vigore delle leggi anti-smog dagli anni Sessanta in poi.

Se è così, gli aerosol rappresentano l’80% delle forzanti. Hanno effetti più locali e transitori della CO2, nel periodo 1870-2005 quelli industriali erano prodotti soprattutto nell’emisfero nord, è normale che raffreddino di più l’Atlantico nord.  Ma per via delle diverse tele-connessioni, spiegherebbero anche

i forti legami tra le temperature superficiali dell’Atlantico nord (NASST) e le siccità del Sahel, che sono stati osservati e prodotti dai modelli; analoghe covariazioni tra NASST e cambiamenti nelle precipitazioni medie ed estreme in Sud-America orientale; l’attività degli uragani atlantici e il clima europeo estivo. Tali cambiamenti non si limitano alle regioni lungo l’Atlantico, incidono anche sui monsoni indiani, sulle temperature artiche e antartiche, la cinghia di Hadley, l’ENSO e le sue relazioni con i monsoni in Asia.

Gli inquinanti che emettiamo in un posto si fanno sentire anche altrove, questo si sapeva. La novità è che tolte le occasionali eruzioni vulcaniche e le più costanti emissioni industriali, finisce che dal 1900 l’AMO oscilla poco su scala multi-decennale o secolare, e che teorie e osservazioni sulla sua variabilità interna vanno a farsi benedire.

Per di più gli aerosol contribuirebbero alle variazioni climatiche quasi quanto la CO2, un’ambizione tuttora da giustificare. “BBBB” et al. mettono le mani avanti, infatti:  si tratta di un primo tentativo et patatì et patatà.

N = cibo per piante
Su Nature Climate Change, è uscita la conclusione degli esperimenti di Zhuoting Wu et al.  Alcune parti sulle foreste erano uscite in puntate precedenti, con Paul Dijkstra primo autore  – credo di averle segnalate. Nell’Arizona settentrionale, hanno misurato per dieci anni i cambiamenti di praterie e boschi con l’aumento della temperatura: tasso di crescita, composizione del mix di specie; capacità di sfruttare l’azoto.

La produttività aumentava all’inizio poi calava mentre cambiava il mix delle specie. Con il caldo, le praterie riciclano più velocemente l’azoto, in teoria le erbe dovevano crescere meglio. Invece gran parte dell’azoto era convertito in NOx o lavato via dalle piogge.

Kleenex news
Envisat, l’enorme ciccione che per dieci anni è stato l’eroe dell’impareggiabile missione europea di monitoraggio di cieli acque e terre detta ” Living Planet”, tace da sabato… forse per sempre, sniff… un mese appesa dopo il suo decimo compleanno, sniff sniff…

(1) Voluto e inaugurato dalla signora Thatcher di cui greenman ha appena postato lintervento all’Onu sul clima.