Sarà un caso

Il 26 novembre è uscito un paper il cui primo autore Giovanni Landoni e l’ultimo Alberto Zangrillo del San Raffaele. In sintesi

  • riscontriamo una notevole differenza nella mortalità media di covid-19 tra paesi asiatici ed europei (2,7 rispetto a 197 decessi per milione di abitanti, p < 0,001). Inoltre confermiamo che più tardi un paese veniva colpito dall’epidemia e più lieve era l’impatto della mortalità nei primi 50 giorni. Analizziamo diversi fattori che possono aver contribuito alla discrepanza tra cui età della popolazione, precedenti esperienze di epidemie nell’era moderna, accettazione del distanziamento sociale e delle mascherine, percentuale di fumatori attivi e infine mutazioni genetiche protrombotiche.

Nei 24 paesi che rappresentano tutti i continenti, l’India non c’è. Lockdown più o meno severo? Tasso di diabetici? Di lavoratori “indispensabili”? Di accesso ai tamponi? Alle cure? Affidabilità delle informazioni sui rischi diffuse da fonti “autorevoli” o meno? Irrilevanti. Inoltre, la media non è la mediana e lo scopo dello studio, stando agli autori, è di identificare la varianza – innanzitutto rispetto all’Italia – e poi le sue cause. Da qui, un cherry-picking imbarazzante:

  • Primo la popolazione asiatica, con un’età media di 31 anni, è più giovane di quella europea e nord americana.

Dalla statistica vengono omessi gli outlier. Il Giappone, forse perché l’età media è 48,4 anni e in Italia di 45,5.

  • Secondo, l’epidemia di SARS del 2003 può aver dato ad alcuni paesi asiatici (in particolare Cina, Hong Kong e Taiwan) alcuni vantaggi nel combattere il Covid-19

Il Vietnam forse perché ha un tasso di mortalità molto inferiore a Cina, Hong Kong e Taiwan.

Da domani siamo tutti più buoni fino all’Epifania, tengo per me il resto della recensione. (h/t Luigi Moccia via radioprozac).

Coincidenza?
Avevo giusto finito di leggere La pandemia dei dati. Ecco il vaccino di Armando Massarenti (filosofo e giornalista) e Antonietta Mira (matematica e big data scientist), Mondadori Università. Ed ero già a buon punto di L’arte della statistica. Cosa ci insegnano i dati di David Spiegelhalter, nei Maverick Einaudi: per ora mantiene tutte le promesse della recensione su Nature.
Entrambi sono ottimi regali di Natale per il primo e l’ultimo autore del paper, scopriranno con gioia di essere nati bayesiani. Il primo ha illustrazioni a colori allegri e un spettro ampio e inatteso di riferimenti scientifici, filosofici e letterari. Manca un indice, scomodo per una smemorata come me.
Cmq un saggio che affianca “Contributo alla statistica” di Wislawa Szymborska e “La statistica” di Trilussa merita un acquisto a priori, pun intended.
Il secondo è tradotto benissimo da Luisa Doplicher e Daniele Gewurz (chissà se traduce solo i libri che ama). Rivolterà meno il coltello nella piaga, penso, perché non parla della pandemia, ed è provvisto sia di indice che di glossario. Se citasse “Le leggi fondamentali della stupidità umana”, nella raccolta Allegro ma non troppo dell’amato Cipolla, sarebbe perfetto.
Per gli altri autori, nella Piccola biblioteca Einaudi è uscito Matematica della vita di Ian Stewart in una nuova edizione, più impegnativo per via della meccanica statistica, e quindi lusinghiero per il/la destinatari*.  Nel caso si possa spendere più di 25 euro, vedrei bene I dadi giocano a Dio? La matematica dell’incertezza uscito un paio di mesi fa. Cartonato, rilegato, copertina rossa e nera ideale per Capodanno. Unico neo: il capitolo XIV invita un pochino a diffidare del nostro “cervello bayesiano”.
Avevo un’edizione di Allegro ma non troppo illustrata da Tullio Pericoli per il Mulino, non la trovo più. Se non salta fuori da uno scaffale, per la mia Befana compro un copia di seconda mano – prezzo ragionevole, citofonare l’oca s.

7 commenti

  1. Cara Sig.ra Coynaud, Zangrillo di nome fa Alberto e non Alfredo. Le segnalo il refuso.
    Cordialità.
    ALB56

  2. Europe and the US did not have any direct experience with epidemics in the twentieth century and did not raise their level of attention with regards to COVID-19 until it was too late.
    Insomma… il ragionamento di fondo mi sembra corretto (in Europa, diversamente dall’Asia, non abbiamo preso sul serio, all’inizio, la pandemia anche perché, mancando un’esperienza personale, i singoli individui non si immaginavano quanto possa essere pericolosa un’epidemia) ma proprio nessuna diretta esperienza, nel XX secolo, non direi… la Spagnola ci è caduta addosso al termine della I Guerra Mondiale, ed era pur sempre XX secolo.
    Gli autori citano la Spagnola proprio nell’introduzione, quindi deve trattarsi di una svista; forse intendevano dire che non abbiamo avuto esperienze nella seconda metà del ventesimo secolo.

    1. Grazie ALB56, “je suis indécrottable” come dicono alla Sorbona. Avevo il libro di Stewart aperto sul tavolo e mica era il capitolo XIII… – corretto anche quello.
      E.K.Hornbeck,
      già, poi c’è stata una brutta pandemia di asiatica alla fine degli anni ’50.
      Cosa direste di una moratoria sui valori p?

  3. Il paper di Landoni et al., che ho visto criticato su twitter oggi, mi è venuto in mente leggendo uno degli ultimi articoli di Orac, nel quale l’adorabile robottino decostruisce un paper “minimizzatore” francese:
    https://respectfulinsolence.com/2020/11/27/anti-lockdown-ideologues-science-is-now-as-bad-as-antivaccine-science/
    Sbaglio se dico che anche il paper di Landoni è a forte rischio di “ecological fallacy” e di “endogeneity”?

  4. Solo per amor di precisione ricordo anche la pandemia di H3N2 nel 1968, secondo il CDC di Atlanta fece circa 1.000.000 vittime nel mondo (vedi https://www.cdc.gov/flu/pandemic-resources/1968-pandemic.html).
    La pandemia del 1957-58 (l’asiatica da H2N2) fece 1.1 milioni di morti del mondo (https://www.cdc.gov/flu/pandemic-resources/1957-1958-pandemic.html). Si stima che in Italia le vittime furono circa 20.000. Ovviamente in quelle due pandemie non ci furono lockdown ma il mondo era meno abitato e meno globalizzato, pertanto la diffusione del virus era meno rapida.
    In ogni caso affermare che l’ Europa non avesse memoria di pandemie nel XX secolo è veramente fuor di luogo, senza appunto considerare la spagnola, come sottolineato da E.K. Hornbeck.
    Cordialità.
    ALB56

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